UFFICIO NAZIONALE PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Arte, immagini, fede: “storie” su Instagram

«Be Stories» è l'iniziativa di Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e Servizio Cei per l'insegnamento della religione con docenti e operatori di musei.
26 marzo 2019

Se l'arte è stata per secoli un mezzo privilegiato per comunicare, perché non tornare a impiegarla nel contesto attuale? Non tanto comunicare "con" l'arte, attingendo cioè all'immenso repertorio del passato antico e recente, ma facendo arte. È lo spunto alla base di «Be Stories», seminario sulla comunicazione promosso dall'Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l' edilizia di culto e il Servizio nazionale per l'insegnamento della religione cattolica della Cei, tenutosi venerdì e sabato scorsi ad Assisi. Vi hanno partecipato cinquanta persone tra responsabili di istituti culturali diocesani (musei, archivi e biblioteche) e insegnanti di religione da tutta Italia. Non un approfondimento teorico e metodologico su come comunicare l'arte attraverso i social ma «un'esperienza vissuta - racconta don Valerio Pennasso, direttore dell'Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l'edilizia di culto - , una vera e propria performance comunicata attraverso i social network».
Il corso è stato organizzato con la collaborazione di «Be Street», associazione di giovani che fanno arti performative di strada, dall'hip hop ai graffiti. «Sono state realizzate magliette ad hoc, è quindi seguita un' attività musicale per concludere con la danza. Sono le tre arti performative più accessibili a tutti». L'incontro è stato comunicato in diretta sui profili Instagram e Facebook BeWeb Official con l'hashtag #bestories. Inoltre ai partecipanti è stato chiesto di usare attivamente i propri profili durante le attività.
Il panorama dei partecipanti era vario: dai più giovani a un pubblico più maturo, da chi usa i social quotidianamente e chi invece era più refrattario all'uso dei nuovi media. «Abbiamo insistito sulla performance artistica - prosegue Pennasso - perché la comunicazione sui social network non può essere fatta solo di foto di libri o di opere d'arte. O c'è una narrazione, potenziata dal coinvolgimento diretto di persone che vivono un evento in diretta, o si rischia di postare immagini senza un contenuto. Instagram e Facebook hanno la caratteristica di condividere la mia storia in questo momento. Nel momento in cui un post contiene in sé gli elementi di più discipline artistiche, comprese musica e danza, chi guarda si sofferma di più, e il livello della comunicazione si alza».
All'interno delle agenzie culturali ed educative della Chiesa cattolica esiste la percezione delle potenzialità e della necessità di usare i social network nella comunicazione contemporanea, ma deve essere più diffusa e soprattutto richiede una maggiore consapevolezza: «Tutti i partecipanti - conclude Pennasso - avevano una conoscenza almeno generale di questo mondo. Ma a livello nazionale, se da una parte si può riscontrare sospetto o diffidenza verso uno strumento che può essere manipolato o frainteso, dall'altra ci sono persone che ne vedono le potenzialità e cercano di usare i social. Non sempre però in modo ottimale, rischiando una comunicazione poco consapevole, con il rischio di non essere propriamente nella linea dell'istituto che dirigono o dell' insegnamento; o ancora confondendo post professionali e messaggi privati. È importante comprendere che serve un approccio professionale e multidisciplinare alla comunicazione digitale. È necessaria una collaborazione tra chi è esperto di media e chi ha contenuti specifici. Spesso i primi non hanno le competenze dei secondi, mentre gli studiosi non conoscono le dinamiche proprie della comunicazione. I partecipanti al seminario sono stati sollecitati a mettersi in relazione nei propri territori con quanti professionalmente hanno competenza e consapevolezza del loro ruolo».
(Alessandro Beltrami)

da Avvenire 26 marzo 2019, pag. 20