UFFICIO NAZIONALE PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Chiese in Europa, la sfida della missione digitale

A Roma l’incontro dei portavoce e addetti stampa delle Conferenze episcopali in Europa, promosso dal Ccee.
8 Maggio 2026

La missione digitale? Non un vezzo o un accessorio. Né una questione da cui tirarsi fuori. Per la Chiesa è un’esigenza, qualcosa che appartiene al suo stesso Dna. È la consapevolezza emersa dall’incontro dei portavoce e addetti stampa delle Conferenze episcopali in Europa, che si è concluso ieri a Roma. «Abbiamo bisogno di una Chiesa che comunichi: se stiamo fuori non esistiamo, se corriamo dietro ai media è pericoloso», ha affermato il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, dando il benvenuto ai partecipanti con il segretario generale, monsignor Giuseppe Baturi. «Il mondo digitale non è un universo parallelo. È un territorio reale abitato da persone reali con le loro domande, ferite, speranze e desideri», gli ha fatto eco monsignor Gintaras Grušas, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, organismo che promuove il tradizionale appuntamento. Il compito della Chiesa, ha aggiunto, «non è generare rumore, ma costruire fiducia; non vincere una discussione, ma aprire un cammino; non accumulare seguaci, ma favorire comunione e pace». L’obiettivo è preciso: «Fare missione», ha ricordato monsignor Lucio Adrián Ruiz, segretario del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, che ha messo in guardia dal rischio di «spiegare senza generare un’esperienza», «dire ciò che è giusto o sbagliato senza trasmettere l’amore di Dio» e «fare informazione senza testimoniare». La missione digitale dunque richiede formazione, ha sottolineato Daniel Arasa, decano della facoltà di comunicazione istituzionale della Pontificia Università Santa Croce, oltre che «serietà per non cedere a superficialità e incompetenza», ha chiarito Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei. «La tecnologia – ha detto - è una meravigliosa invenzione, ma spetta a noi custodire voci e volti umani, evitando che la missione si riduca alla gestione di dati». In quest’ottica, anche l’intelligenza artificiale deve essere posta al servizio della missione, come sempre ha fatto la Chiesa di fronte agli sviluppi tecnologici. «Un comunicatore che non padroneggia il mezzo di comunicazione del suo tempo abbandona il campo a chi lo sa fare. Questa non è umiltà, è resa strategica», è stato il monito di Matthew Harvey Sanders, fondatore di Longbeard. La tre giorni è stata anche un’occasione per condividere l’impegno della Chiesa italiana nel campo della comunicazione, attraverso un dialogo con i direttori dei media legati alla Cei.

Stefania Careddu

(Pubblicato su Avvenire dell'8 maggio 2o26)