La distinzione tra avere ed essere resta una bussola fondamentale per interpretare le sfide del nostro tempo. Nell’enciclica Magnifica humanitas papa Leone XIV avverte che “se lo sviluppo tecnologico procede senza un’adeguata maturazione etica e sociale, può accadere che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l’umanità: si ‘ha di più’ ma non si ‘è di più’” (n. 94). Questo richiamo porta alla luce una questione etica centrale: misurare la persona in termini di prestazione, possesso o efficienza ne svilisce la dignità intrinseca. L’essere si realizza nella relazionalità. La persona si definisce nel rapporto con Dio, con il prossimo e con il creato. Gli strumenti tecnici e le risorse possono servire il bene comune, ma se diventano criteri assoluti di giudizio trasformano gli uomini e le donne in mere risorse, valutate per la loro utilità anziché per la loro inalienabile dignità. Da qui nasce un imperativo etico: le tecnologie e le strutture devono restare al servizio della persona e mai sostituirsi a essa o, peggio, cannibalizzarla. Riscoprire l’essere prima dell’avere è una scelta culturale, normativa e spirituale. Richiede decisioni concrete: pratiche istituzionali orientate alla tutela della dignità, percorsi educativi che forgino una coscienza responsabile, politiche pubbliche che pongano la persona al centro nella sua integrità. Solo così potremo accompagnare uno sviluppo che non moltiplichi soltanto i mezzi, ma aumenti soprattutto l’umanità condivisa, rendendo le nostre comunità più giuste, solidali e rispettose della persona.
Vincenzo