UFFICIO NAZIONALE PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Mons. Savino ai giornalisti: “Fiutare segni di speranza”

Messaggio del Vescovo di Cassano allo Jonio, mons. Francesco Savino, ai giornalisti partecipanti al seminario formativo “Comunicare Speranza e Fiducia”.
11 maggio 2017

Proponiamo il messaggio che il Vescovo di Cassano allo Jonio, Monsignor Francesco Savino, ha rivolto ai giornalisti partecipanti al seminario formativo “Comunicare Speranza e Fiducia”, organizzato dall’ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali. Sul tema “Come leggere, interpretare e riportare attraverso i media la comunicazione sociale del Santo Padre Francesco. Analisi e riflessioni sul messaggio del Santo Padre per la 51ma. Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali” ha relazionato padre Gianni Epifani, dell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali e responsabile della trasmissione della Santa Messa e del programma A Sua Immagine di Rai1.

«Una parola ha detto Dio/ due ne ho udite» Sal 62, 12

Ho scelto di iniziare con questo versetto – tra i più misteriosi e affascinanti di quelli contenuti nei Salmi – perché mi sembra particolarmente indicato per descrivere la sfida contemporanea della comunicazione, in particolare per chi, come voi, della comunicazione ha fatto una professione.

Com’è possibile che la Parola, unica e sola, del Signore arrivi doppia agli uditori? Gli esegeti del versetto sono divisi: alcuni lo interpretano come segno della ferita del relativismo nella società mondana – la Parola dell’Eterno arriva a noi sdoppiata, frammentata, scissa; altri, invece, ritengono che quel “due” sia rafforzativo, indicativo di una eco: la Parola, per la sua forza, ci giunge raddoppiata. Non è questo il luogo per decidere l’interpretazione migliore. Sia che si confonda, sia che risuoni, la Parola comunque non viene ascoltata tale quale era stata pronunciata. In entrambi i casi, mi sembra che si ponga a tema il cuore di una questione: tutti noi siamo instancabili cercatori della Verità; siamo abitati dal bisogno di un fondamento saldo, di una certezza che metta fine all’errare e riempia il nostro desiderio di compiutezza. Però, al tempo stesso, tale certezza non è mai automatica, non è scontata, non è pre-confezionata. Richiede, appunto, la ricerca e l’esercizio ermeneutico, tanto più difficili quanto più questo percorso di ricerca è impedito – e talvolta inquinato – da menzogne, illusioni idolatriche, falsi miti, credenze ingenue o quelle che oggi si dicono post-verità. Non è anche la sfida di ogni operatore della comunicazione e – particolarmente – dell’informazione? Riuscire ad essere fedele alla realtà, lottando contro l’onnipresente rischio (e la tentazione) di deviarla, distorcerla, deformarla? Scavare a fondo per recuperare la Parola autentica, che dice come stanno le cose, sotto una coltre di ovvietà, pregiudizi, pettegolezzi e “si dice”?

Come si può rimanere fedeli alla ricerca del vero, fedeli alla Parola, in questa intricata ragnatela (web), in questa rete (net) a maglie fitte? Non a caso ho usato queste due espressioni della lingua inglese, ormai invalse nell’uso corrente per indicare lo strumento di Internet. La mole del frastuono che disturba la comunicazione della Parola sembra essere aumentata a dismisura con l’avvento del digitale. I prodigi della cosiddetta “realtà aumentata”, la diffusione di piattaforme di giornalismo on-line – con il fenomeno del cosiddetto citizen journalism, e soprattutto l’esplosione dei social network: tutte queste rivoluzioni tecnologiche cosa dicono del nostro modo di comunicare? Se è vero – come scriveva esattamente cinquant’anni fa il sociologo Marshall McLuhan – che “il medium è il messaggio”, cosa ci dice la fantasmagoria di opinioni e parole dei social network? Come struttura il nostro modo di comunicare? Quali sfide – rischi e opportunità – comporta per chi si prodiga nel mondo della comunicazione? Si tratta di questioni complesse, ma anche ineludibili.

Sia chiaro: mi guardo bene qui dal puntare semplicemente il dito contro questi strumenti. Non è con una nuova forma di luddismo, o con un vagheggiamento nostalgico dell’era pre-digitale, che risolveremo la complessità della comunicazione che ci sta di fronte. È l’uomo – non lo strumento che egli adopera – a doverci interpellare! Siamo noi, i “navigatori” a doverci interrogare, non le infrastrutture!

È allora l’illusione che questi strumenti comportano sul nostro modo di pensare e riflettere la realtà, che qui mi interessa. Parlo di quella che oggi la sociologia definisce “dis-intermediazione”. La possibilità di un accesso illimitato ad una piazza virtuale sempre affollata, ad un parlatoio digitale in cui la notizia si mischia con la chiacchiera, e l’informazione con l’opinione, ci illude di aver conquistato una nuova libertà di parola. Pensiamo che grazie a questi strumenti siano cadute barriere e filtri che un tempo selezionavano le parole prima che diventassero di dominio pubblico. E, con questo, pensiamo di essere più liberi di formarci autonomamente la nostra opinione, e di comunicarla all’esterno, finalmente esonerati dai “suggerimenti” di poteri più o meno occulti, che “prima” ci dicevano come e cosa pensare. Quale gioia più grande di poter comunicare quanto più estesamente possibile quello che urge nel nostro cuore e nella nostra mente??? Ci sembra così di rispondere all’appello di Gesù nel Vangelo di Marco: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti»! (Mc 10, 27)

Ma sono veramente questi, i mass media “evangelici”? È questa, veramente, libertà? Io credo di no. Credo, anzi, che quest’impressione sia fortemente fuorviante. Su questo falso mito della “società della trasparenza” digitale credo abbia scritto parole molto acute il filosofo sud-coreano, che da anni insegna a Berlino, Byung-Chul Han, che ha descritto il funzionamento dei cosiddetti “sciami digitali”. Nel suo ultimo libro tradotto in Italia, intitolato Psicopolitica, egli parla apertamente di una «dittatura della trasparenza» in cui «la stessa libertà genera costrizioni». Siamo fatti schiavi dall’illusione di questa libertà di espressione! Anzi, siamo noi stessi a consegnarci a questa nuova forma di schiavitù dettata dalla fame di profitto: un dispositivo di potere capzioso, sottile, «intelligente», che «seduce, invece di proibire. Più che opporsi al soggetto, gli va incontro»! Scrive il filosofo:

«Il Grande Fratello digitale esternalizza, per così dire, il suo lavoro ai detenuti. Così, la divulgazione dei dati non avviene in modo costrittivo, ma risponde a un bisogno interiore: in ciò consiste l’efficacia del panottico digitale».

E, a proposito del ruolo dell’informazione, Han prosegue:

«Anche la trasparenza è evocata nel nome della libertà d’informazione. In realtà […] essa volge tutto violentemente all’esterno, perché possa diventare informazione. Nelle odierne forme immateriali di produzione, più informazione e più comunicazione significano più produttività, maggior accelerazione e più crescita. […] Segreto, estraneità o diversità rappresentano degli ostacoli per una comunicazione illimitata. Perciò, vengono rimossi nel nome della trasparenza. […] Anche le persone sono svuotate, perché l’interiorità ostacola e rallenta la comunicazione. La de-interiorizzazione della persona non avviene, però, in modo violento: ha luogo come auto-denudamento volontario».

Ecco il punto a cui mi interessava arrivare: la de-interiorizzazione della persona. Perché questo mito della dis-intermediazione, questa “trasparenza” ridotta a ideologia, significano anche dis-personalizzazione, dis-umanizzazione. È questa libertà?! Basta proiettare la propria immagine in diretta su Facebook per sentirsi liberi e partecipi del mondo?! Vigiliamo di non cadere prede di questo idolo, che sacrifica l’anima sull’altare della trasparenza! Mi piace ricordare la provocazione della cantautrice Levante, che nel suo ultimo testo canta: «Je suis #Paris / Ma in piazza scendo solo per il cane/ Non mi vogliate male/ Ho sempre poco tempo per lottare senza il modem!». L’inter-connessione senza anima non è partecipazione e solidarietà, ricordiamolo!

La libertà autentica non si realizza semplicemente abbattendo muri, filtri e mediazioni, se questo comporta l’illusione il mondo e i fatti parlino da sé, e a noi non resti che sederci in tribuna, come spettatori, o al peggio come tifosi, schierati per questa o quella “versione dei fatti”: «Il like è l’amen digitale», scrive ancora Han! È “in campo”, invece, non in tribuna, che l’autentica libertà ci vuole ogni giorno! Dobbiamo avere il coraggio di viverla, ed esserne protagonisti.

La comunicazione è una crisi

Quello che qui vorrei suggerirvi, oggi, per la vostra professione e per la vostra vita, è di rifuggire il disimpegno che un simile mito della trasparenza e della neutralità potrebbero dettare. E lo farò, per concludere, con tre parole-chiave, che vorrei consegnarvi. La prima è crisi.

La comunicazione è – dev’essere – una crisi. “Crisi” – lo sapete bene – viene dal greco kríno (lat. cerno): scelgo, distinguo. Perché la comunicazione è innanzitutto scelta. È una cernita, un discernimento. È quel tempo, di Grazia ma anche di estrema sfida e difficoltà, in cui siamo chiamati all’essenzialità e al rigore della distinzione; in cui, come dice Gesù, «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5, 37).

A questo vi chiama la vostra professione: ad essere fedeli alle vostre scelte, alle vostre crisi interiori, prima ancora che ai “fatti”. Mi piace citare qui i versetti con cui si conclude il Vangelo di Giovanni:

«Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 30-31).

È interessante questa ammissione metodologica – peraltro ripetuta molte altre volte in precedenza – con cui Giovanni conclude la sua narrazione. Ho raccontato solo una parte di quel che, nei fatti, è avvenuto; il mio resoconto è incompleto – ammette; ma quel che ho scritto, l’ho scritto “affinché crediate (…) e credendo, abbiate la vita nel Suo nome”. Cosa significa questo? Che Giovanni è un “giornalista disonesto”, che racconta versioni alterate, che confeziona post-verità o – come si dice oggi – fake news? Niente affatto. Quel che egli racconta è vero. E, al tempo stesso, è frutto del suo discernimento attraverso lo Spirito. È una cernita dei fatti – dicevamo – perché guarda alla Verità come fine e non come semplice oggetto. Non vuole confezionare la Verità, prepararla per una spedizione a destinatari ignoti. Vuole servirla. Giovanni scrive per la Verità. Lui, la sua persona, tutta la sua vita, sono in gioco in questa Notizia e in questa Verità. Perciò non rinuncia a discernere quel che deve scrivere. Non si sottrae a scegliere per la Verità. Perché se ne sente partecipe.

Non possiamo nascondere il nostro disimpegno dietro la facciata della dis-intermediazione e del mito della trasparenza. La Verità chiede di noi. Ha detto il Santo Padre lo scorso 24 Gennaio, in occasione del Messaggio per la 51esima Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali:

«La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. … Per noi cristiani, l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza: il «Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1).

Tornerò sulla “Buona Notizia” fra un attimo. Per il momento, ripeto: facciamo che “neutralità” e “trasparenza” non siano solo una bella facciata per il nostro disimpegno dalla Verità. Fatevi mettere in crisi dalle vostre parole. Fate che la vostra sia una comunicazione critica. È a questo proposito che vorrei suggerirvi una seconda parola: responsabilità.

Dal “rispondere di” al “rispondere a”

Sentirsi in gioco nelle proprie parole significa essere responsabili. Anche il termine “responsabilità”, però, rischia di risultare equivoco. C’è un bel libro uscito recentemente, di un giovane filosofo, stavolta italiano, che ne parla: Responsabilità. Rispondere-di-sé, rispondere all’altro. Dove sta la differenza? Rispondere-di-sé è un sinonimo del concetto di “imputabilità”. In questo senso, essere responsabile di qualcosa significa esserne imputabile. È l’accezione giuridica e – credo – anche la più diffusa nel mondo della vostra professione. In questione ci sono io, e quello che rischio con il mio agire – con i miei articoli. In questo caso, essere giornalisti “responsabili” significa essere consapevoli che quanto si scrive può essere oggetto di una querela o di una denuncia. Bel servizio vi renderei se mi limitassi a dirvi di non diffamare e non offendere nessuno! Non è evidentemente a questo che mi riferisco.

“Responsabilità” viene dal latino respondeo, rispondere. Dice, cioè, di un dialogo, di un tra-due, di un rapporto. Qui il baricentro è spostato non più sull’io, ma sull’altro. Essere comunicatori responsabili, allora, significa ricordare che nella Parola, ne va sempre di un rapporto. E non si tratta ancora una volta – credo – innanzitutto di un rapporto con le cose, con i fatti della realtà. Non rispondiamo tanto delle cose, quanto alle persone. È per questo che l’accezione di “responsabilità” che vorrei consegnarvi è la seconda, rispondere-a. Rispondere-alla Verità, che vi interpella attraverso le persone nei cui confronti siete responsabili quando scrivete: i vostri lettori, il vostro pubblico, certamente, ma anche coloro i cui nomi nei vostri scritti rimangono impigliati.

Il che significa che non c’è responsabilità che non sia immediatamente un’etica della relazione. Non c’è, per voi, deontologia professionale, che non sia immediatamente una etica della relazione. Ricordatevi che non siete soli, nella vostra professione. Non ne va solo della vostra reputazione e della vostra carriera, del vostro Ordine e delle vostre regole. L’interesse pubblico e sociale del vostro lavoro sta nel vostro rispondere-ad-altri. Custodite questa relazione con generosità e con rispetto. Fate che le vostre parole siano a servizio delle persone, e non le persone a servizio delle vostre parole. Cito ancora il Santo Padre, che così commenta il linguaggio parabolico adottato da Gesù: «Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso».

Ecco, parlate con la voce della Misericordia. Il che mi porta all’ultima parola che infine, dopo crisi e responsabilità, vorrei lasciarvi: Speranza.

Fiutare segni di Speranza

Voglio chiedervi che le vostre siano parole di Speranza. La Speranza – lo ripeto nel caso in cui fosse ancora necessario precisarlo – non è l’atteggiamento di chi dice che va tutto bene. Non è in generale un atteggiamento. Speranza non è nemmeno ottimismo – c’è qui un ultimo suggerimento bibliografico che mi viene in mente. «La speranza è la più umile delle virtù – ha detto ancora il 24 Gennaio Papa Francesco – perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta». Vi chiedo di adoperarvi, nella vostra professione, per indagare queste pieghe di cui parla il Papa. Utilizzate il proverbiale “fiuto giornalistico” per farvi inguaribili cercatori e custodi di questo lievito.

È vero: «in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione». Ma se sarete critici e responsabili, la vostra fedeltà alla Verità non potrà che essere anche amore per ciò che è Bello e ciò che è Buono. Come abbiamo sentito già prima dal Papa, per noi «l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza». Qual è la Rivelazione del Vangelo – il vero, grande scoop della storia! – se non che in Gesù Cristo insistono e consistono, insieme, Verità, Bontà e Bellezza?

Se vi sentirete chiamati – vocati alla, eletti dalla – Verità, non potrete che essere testimoni anche di ciò che di Bello, Buono e Giusto fermenta nelle pieghe del nostro mondo, nei più piccoli e dimenticati anfratti delle nostre comunità, persino delle più sfortunate e disastrate. Fatevi sentinelle di questa Buona Notizia, sentinelle di questa Bellezza, sentinelle della Speranza.