UFFICIO NAZIONALE PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Giovani… poco amore
e tanto web?

«Non è internet la causa della dipendenza, esso di­venta casomai un nuovo ambiente per trovare soddisfazione immediata ai bi­sogni legati alle nuove insicurezze».Lo ha detto mons. Pompili intervenendo ad un incontro organizzato dal Policlinico Gemel­li e dal ministero della Salute.
30 Novembre 2011
Voglia di esser connessi. Col­legati ad una comunità vir­tuale o parte di una città im­maginaria nei giochi di ruolo. Inna­morati anche solo di un nickname, parlano attraverso avatar o si sento­no figli di una società dai 'profili' perfetti con un semplice pollice in alto. Ogni click non è solo un pulsante premuto su una tastiera, piut­tosto una richiesta di legami, un bisogno di 'stare' dentro una realtà, anche se intangibile e atempora­le. Un vuoto d’interazione nel quotidiano che si cer­ca perciò di colmare davanti ad uno schermo, ma che sempre più spesso si trasforma in dipendenza pa­tologica. Ecco che così si sta ore con gli occhi sgra­nati davanti al pc condividendo con gli 'amici' vir­tuali ogni intimo segreto, confondendo i sentimenti onli­ne con quelli offline. I giovani della 'generazione bit', quella che impara prima a chat­tare che a scrivere, rischiano sempre più di scivolare nei meandri del sovraccarico da in­ternet: emicrania, irrequietezza, insonnia e tachicardia. Alla classe degli adolescenti in overdose di narcisismo ed impulsivi all’eccesso, perciò, occorre la guida degli adulti ed un educa­zione preventiva alla rete per non rimanere vittime della compulsione da web. Nessuna demonizzazio­ne della tecnologia, o limitazione oraria alle con­nessioni, ma un patto adulti-ragazzi per un consu­mo razionale del mondo in versione www.

«Non è internet la causa della dipendenza, esso di­venta casomai un nuovo ambiente facilmente di­sponibile per trovare soddisfazione immediata ai bi­sogni legati alle nuove insicurezze». La soluzione non è dunque chiudersi davanti alla modernità, spie­ga monsignor Domenico Pompili, ma porgere l’o­recchio a quei messaggi nella bottiglia lanciati nel mare digitale. Intervenendo ad un incontro su gio­vani ed internet organizzato dal Policlinico Gemel­li e dal ministero della Salute, il direttore dell’ufficio comunicazione della Cei parte difatti dalle necessità che spingono gli adolescenti online. Cercano un bi­sogno di realtà «in un mondo in cui non ci sono di­vieti », un bisogno di senso dovuto «alla caduta del­le autorità» e alla «confusione che regna nel mondo degli adulti», poi ancora tentano di trovare relazio­ni ed affetto il «che rivela una sofferenza rispetto a una modalità culturalmente prevalente di indivi­dualismo narcisista». In una dimensione in cui si è contemporaneamente insieme e soli, infatti, i ra­gazzi vivono le relazioni senza i rischi reali dei lega­mi. In più sono disabituati alla solitudine e all’a­scolto di se stesso prima che degli altri, conclude Pompili, i teenager «vanno invece educati a ricono­scere che il salto dal tecnologico all’antropologico e­sige la loro volontà e la loro libertà».
Un percorso formativo che però deve partire dagli adulti, a casa come a scuola. Quel 'divide' genera­zionale che rende i genitori distratti e ansiosi, infat­ti, fa sì che si finisca col vigilare sui figli sanzionan­do semplicemente la rete, anzi­ché «trovare regole positive all’u­so di internet, stilando un patto di autoregolamentazione tra grandi e piccoli» nelle 13 milio­ni di cyber-famiglie italiane, di­ce Miela Fagiolo d’Attilia dell’As­sociazione nazionale genitori. Se inoltre si usassero le regole dei videogame (quella della curiosità, del trial and error, della motivazione in un contesto non sanzionato­rio) anche per l’apprendimento a scuola, ipotizza poi Pier Cesare Rivoltella della Cattolica di Milano, «si apprenderebbe in prospettiva sociale all’interno di una comunità di affini che non è più il gioco, ma la classe».
Un meccanismo che permetterebbe di prendere il buono della rete, facendosi contemporaneamente gli anticorpi da bulimia mediatica, applicato pure al percorso evolutivo dei ragazzi. La linea della paura deve essere superata da quella della positività ci­bernetica, per il neuropsichiatra infantile Eugenio Mercuri, «i nostri ragazzi, secondo un’indagine in­glese, sono più consapevoli di altri dei rischi del web». Quello che manca, invece, è una coscienza degli adulti, insegnanti e genitori, e una «educazio­ne alla cultura interattiva, una guida all’uso preco­ce e razionale della rete a fini formativi».