La costruzione della pace, di un mondo migliore, passa da piccoli gesti quotidiani, che nella loro tessitura diventano dirompenti rispetto al clima diffuso di indifferenza o sfiducia. E se certamente non mancano segnali positivi, come la partecipazione dei giovani – e non solo – a diverse iniziative solidali, l’azione contrapposta dei soliti facinorosi porta nella percezione comune l’effetto contrario. Ne è esempio il grave e deplorevole gesto di imbrattare la statua di San Giovanni Paolo II. Qui si coglie il contrasto in cui stiamo scivolando: si vuole la pace, ma allo stesso tempo si rinnegano i simboli che evocano l’impegno, come appunto il monumento a Wojtyla. Una contraddizione che fa emergere ancora di più il virus polarizzante e rabbioso che continua a infestare il linguaggio. Serve un sussulto per rompere la catena del contagio, perché la via comunicativa possa irrigare i granelli di pace disseminati sul terreno dell’umanità. Su questo restano esemplari gli appelli e la testimonianza di Leone XIV e della Chiesa di Terra Santa. Con quell’interrogativo del Papa che apre all’impegno: “Bisogna pensare molto a quanto odio esiste nel mondo e cominciare noi stessi con la domanda: perché esiste, cosa possiamo fare noi?”.
Vincenzo